Separazione e Appartenenza: Le due Forze che Plasmamo le Nostre Relazioni.

Separazione | Appertenza. Due forze che plasmano le nostre relazioni

Le Due Forze che Plasmano le Nostre Relazioni


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C’è una tensione fondamentale che attraversa l’esperienza umana: l’appartenenza e l’individualizzazione. Due forze che, inevitabilmente, plasmano le nostre relazioni. Vogliamo essere amati e accettati, ma vogliamo anche essere liberi e autonomi. Cerchiamo la fusione, ma temiamo di perderci nell’altro. Desideriamo l’indipendenza, ma soffriamo la solitudine.

Questa tensione è la chiara espressione del nostro essere umani e affonda le sue radici in quella che potremmo definire la prima esperienza di separazione che viviamo al momento della nascita.

Per nove mesi viviamo una esperienza di totale simbiosi con colei che ci porta in grembo. La mamma. Nessuna reale distinzione tra lei (che rappresenta il nostro punto di riferimento e vita), il mondo che la circonda e, noi stessi. Dal nostro punto di vista, tutto appare uno in quei mesi. Appare uno perché non abbiamo gli strumenti che ci aiutano a discernere. Certo registriamo tutto. Ogni minima variazione. Ma il significato e completamente assente. Viviamo, quindi, contenuti, nutriti, protetti senza dover fare nulla. Non esiste un “io” e un “altro”. C’è solo l’esperienza del momento, che si presenta fluida e indifferenziata.

Poi, improvvisamente, tutto cambia. Veniamo espulsi da quel paradiso. Da uno, diventiamo “due”. Entità separate, con un corpo che deve respirare da solo, regolare la propria temperatura, affrontare la gravità.

Quella prima separazione è necessaria, inevitabile, e per certi versi, può essere anche traumatica. Il modo in cui avviene, infatti, e ciò che avviene immediatamente dopo, plasma profondamente il nostro rapporto con tutte le separazioni successive.

L’ansia da separazione

Chi ha vissuto una separazione precoce e prolungata dalla madre dopo la nascita, chi è stato messo in un’incubatrice, chi non ha ricevuto il contatto e il nutrimento immediato di cui aveva bisogno, ha spesso sviluppato quella che potremmo chiamare “ansia da separazione”: una sensazione profonda, spesso inconscia, che la separazione equivalga a pericolo, abbandono, morte.

Questa ansia può manifestarsi in modi diversi nella vita adulta:

  • Difficoltà a concludere relazioni, anche quando sono chiaramente disfunzionali
  • Paura dell’abbandono che porta a comportamenti possessivi o controllanti
  • Tendenza a rimanere in situazioni lavorative o di vita inadeguate per paura del cambiamento
  • Difficoltà a passare da una fase all’altra della vita
  • Resistenza a lasciar andare oggetti, persone, abitudini

All’estremo opposto, alcune persone reagiscono alla stessa ferita in modo apparentemente contrario: evitando l’intimità, mantenendo le distanze, fuggendo prima di poter essere abbandonati. Ma è la stessa ferita, gestita con una strategia diversa.

La fusione come tentativo di guarigione

Ciò che non sappiamo è che, molte relazioni sono (a un livello profondo) tentativi di ricreare l’unità perduta con la madre. Cerchiamo nell’altro il completamento, la sicurezza, il nutrimento che abbiamo perso nascendo.

Non c’è nulla di sbagliato in questo impulso. È profondamente umano. Ma quando diventa l’unica base della relazione, è possibile che porti a creare dinamiche problematiche:

  • Aspettative irrealistiche che l’altro soddisfi tutti i nostri bisogni
  • Perdita della propria identità nella relazione
  • Dipendenza emotiva che soffoca entrambi i partner
  • Delusione inevitabile quando l’altro si rivela essere un essere separato con i propri bisogni

La maturità relazionale comporta la capacità di desiderare l’intimità senza perdersi, di apprezzare la solitudine senza sentirsi abbandonati, di essere vicini senza fondersi, di separarsi senza morire. E questo vale per tutti i tipi di relazione. Dalla relazione di coppia, a quella di amicizia. Dal rapporto con l’ambiente di lavoro a quello con il mondo intero (anche quando filtrato dallo schermo dei social). Se desideriamo, quindi, instaurare delle relazioni sane è necessario aver riequilibrato il rapporto con la “madre” oltre che “restaurato” o “riprogrammato” il momento della nascita (soprattutto se costellato da momenti particolarmente delicati).

Il respiro e l’autonomia

Nel processo della nascita è insita una meravigliosa metafora: il cordone ombelicale viene tagliato, ma il bambino non muore. Come è possibile tutto questo?! Come è possibile che un essere, che respirava grazie alla presenza del liquido amniotico e si nutriva tramite la placenta (ed il suo cordone), possa subito dopo “respirare da solo”?

Da un certo punto di vista, il respiro può essere considerato il nostro primo atto di autonomia. È il momento in cui abbiamo iniziato a sostenerci da soli, pur avendo ancora bisogno di cure e nutrimento.

Ed è da quell’istante che partiamo quando lavoriamo con il respiro circolare-connesso-consapevole.  Ci poniamo nella posizione di reimpostare le basi, e le regole, di quell’autonomia, scoprendo che possiamo regolare i nostri stati interni; che abbiamo risorse dentro di noi; che non siamo così dipendenti dall’esterno come credevamo.

Paradossalmente, questo ci rende più capaci di entrare in uno spazio di intimità autentica. Perché quando smettiamo di avere paura di essere abbandonati (e abbiamo la certezza di essere al sicuro e vivi – e queste certezze possiamo donarcele solo noi), possiamo aprirci nuovamente e con autenticità. Smettiamo di cercare nell’altro il completamento (riconoscendo che noi stessi siamo già interi) e ci diamo il permesso di incontrarlo per quello che è nella sua natura più autentica.

Il lutto necessario

Questo processo di individualizzazione, che porta ad una autonomia relazionale, richiede però un passaggio importante: l’attraversamento di un lutto. Ognuno di noi è chiamato ad attraversarlo per diventare pienamente adulto. Attraversiamo il lutto per quell’unità originaria che abbiamo perduto nascendo e che non potremo mai recuperare nella sua forma originale.

Questo non significa rassegnarsi alla solitudine. Significa accettare che siamo esseri separati, capaci di connessione profonda ma mai di fusione totale. Significa smettere di cercare fuori ciò che possiamo trovare solo dentro.

La pratica

Il lavoro con il respiro circolare connesso permette di toccare queste dimensioni profonde in modo esperienziale. Durante la respirazione, possono emergere emozioni antiche legate alla separazione originaria. Permettendo a queste emozioni di esprimersi e completarsi, qualcosa si libera.


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