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Hai mai notato come alcune persone sembrino naturalmente a proprio agio nelle relazioni. Mentre altre vivono con un sottile senso di inadeguatezza che non sanno spiegare. Oppure, come certi schemi si ripetano nella tua vita sentimentale, lavorativa, persino nel modo in cui affronti i cambiamenti.
“Si, ci ho fatto caso?!”. Beh, allora permettimi di dirti: sei a buon punto. Significa che hai iniziato a creare le condizioni, e organizzare lo spazio interiore, in modo tale da permettere a “memorie inconsce” (memorie presenti nel corpo somatico) di emergere per raccontarti una parte della tua storia personale. E forse, la risposta, potrebbe risiedere in una memoria che il tuo corpo continua a ricordare e, a cui, hai associato una esperienza, un significato, una emozione. Sto parlando della memoria della tua nascita.
Quando tutto ebbe inizio
Immagina un pesce che viene improvvisamente tolto dall’acqua e gettato sulla riva, aspettandosi che respiri. Questa analogia, per quanto forte, descrive ciò che ogni essere umano sperimenta venendo al mondo. La nascita, infatti, rappresenta il passaggio da un ambiente liquido, presumibilmente protetto e silenzioso, all’atmosfera terrestre che rappresenta il cambiamento più drammatico che possiamo vivere.
Arriviamo con una fisicità che si è sviluppata in parte e che non ha ancora a disposizione tutti gli strumenti “hardware e software” per poter elaborare e assegnare un significato al momento che stiamo vivendo. La nostra nascita. Non è solo un evento fisico. È il momento in cui formiamo le nostre prime impressioni sulla vita, sulla sicurezza, sulle relazioni. E, questa prima raccolta di dati, di impressioni, sebbene inconsce, molto probabilmente creeranno le condizioni di base su cui noi costruiremo scelte e reazioni per decenni.
Il corpo ricorda ciò che la mente dimentica
Un secolo, e forse più, di ricerca nel campo della psicologia prenatale e perinatale (coadiuvate da studi e ricerche nel campo delle neuroscienze) hanno evidenziato, e continuano ad evidenziare, un fatto sorprendente. Le memorie della nascita sono registrate a livello cellulare. Non si tratta di ricordi nel senso tradizionale del termine. Ma di presumibili schemi impressi nel sistema nervoso, nei tessuti, nel modo stesso in cui respiriamo.
Pensa a questo: il primo atto che cerchiamo di compiere in modo “naturale” è legato al “respirare” e quindi, al compiere il “primo inspiro” nel momento in cui entriamo nel mondo. Quel primo respiro avviene spesso in condizioni di stress, talvolta accompagnato da interventi medici, separazione dalla madre, luci intense, rumori improvvisi. Non sorprende che, tali condizioni, portino in molti di noi a sviluppare un rapporto complicato con il respiro stesso. Portandoci a respirare, senza nemmeno rendercene conto, in modo superficiale, trattenendo il fiato nei momenti di tensione o ad attuare strategie di sopravvivenza che minano un respiro fluido e libero da condizionamenti.
Di fatto, il modo in cui respiriamo riflette il modo in cui tendiamo ad affrontare la vita. Un respiro trattenuto, superficiale, controllato può rappresentare lo specchio di una vita vissuta sulla difensiva. In uno stato di allerta costante che ci priva della possibilità di rimanere aperti al flusso naturale di apertura e chiusura di cicli. Ad una vita che si muove, e ci muove, in un movimento a spirale che sale e si esprime attraverso un movimento naturalmente creativo. Cosa che un respiro pieno, fluido, permette e che esprime le condizioni di chi ha imparato, senza resistenza alcuna, a fidarsi della vita.
Schemi che si ripetono
Considera questi scenari comuni:
- Una persona che sistematicamente sabota le proprie relazioni proprio quando stanno diventando più intime. Potrebbe aver vissuto una separazione precoce dalla madre dopo la nascita, sviluppando inconsciamente la convinzione che l’intimità porti inevitabilmente all’abbandono.
- Qualcuno che si sente cronicamente “non abbastanza”, nonostante successi evidenti. Potrebbe essere nato in circostanze in cui i genitori desideravano un figlio di sesso diverso, assorbendo fin dai primi istanti un senso di inadeguatezza.
- Una persona brillante che non riesce mai a completare i propri progetti. Potrebbe aver avuto bisogno di assistenza per nascere, sviluppando la convinzione di non poter “farcela da sola” senza un intervento esterno.
Questi non sono destini immutabili. Sono schemi che, una volta riconosciuti, possono essere trasformati.
Il respiro come chiave
C’è qualcosa di profondamente significativo nel fatto che il respiro sia stato il nostro primo atto autonomo e che, in quanto tale, esso rimane l’unica funzione vitale con la quale possiamo instaurare una relazione di mutuo sostegno cosciente e consapevole.
Il respiro circolare connesso, una pratica che lavora con cicli respiratori continui senza pause, permette di accedere a quegli strati profondi dove sono conservate le memorie più antiche. Non si tratta di analizzare intellettualmente il passato, ma di permettere al corpo di respirare e respirarsi per apprendere come rilasciare ciò che ha trattenuto come “chiave di sopravvivenza”.
Molte persone descrivono queste esperienze come un “tornare a casa”, un riconnettersi con una parte di sé che sembrava perduta. Non è magia, è fisiologia: quando modifichiamo consapevolmente il nostro schema respiratorio, influenziamo il sistema nervoso autonomo, accediamo a stati di coscienza diversi, permettiamo al corpo di completare processi rimasti sospesi.
Oltre la nascita fisica
È importante chiarire che portare l’attenzione su questi temi non significa cercare capri espiatori, figure a noi esterne da colpevolizzare o biasimare. Significa creare le condizioni affinché si possa accogliere e riconoscere che: i nostri genitori, i medici, le circostanze della nostra nascita erano ciò che erano; sono state ciò che sono state. Il punto non è giudicare, ma comprendere. Accogliere per trasformare in risorsa.
Comprendere perché certe situazioni ci attivano più di altre. Comprendere perché ripetiamo schemi che razionalmente vorremmo cambiare. Comprendere che molte delle nostre reazioni automatiche non sono “difetti di carattere”, ma risposte apprese in un momento in cui non avevamo altre risorse su cui fare affidamento, significa ridimensionare le esperienze stesse. Significa detronizzarne l’effetto catastrofe. Neutralizzarne la possibilità che continuino a fare da miccia a reazioni a catena e effetti indesiderati. Significa, comprendere attraverso un compassionevole atto di amore, che possiamo volerci bene e rispettarci solo conoscendo chi siamo e come funzioniamo da dentro a fuori e non viceversa.
Questa comprensione non è fine a sé stessa. È il primo passo per una libertà autentica. La libertà di scegliere come rispondere alla vita, invece di reagire automaticamente sulla base di programmazioni antiche.
Una domanda per te
Ti invito a una piccola esplorazione. Nei prossimi giorni, osserva il tuo respiro in momenti diversi: quando sei rilassato/a, quando sei sotto pressione, quando ti trovi in situazioni che ti mettono a disagio.
Nota se tendi a trattenere il fiato. Osserva se il tuo respiro è prevalentemente toracico o addominale. Presta attenzione a come cambia quando ti senti al sicuro rispetto a quando ti percepisci sotto gli effetti di una minaccia.
Questo semplice esercizio di consapevolezza può rivelare molto su come il tuo corpo ha imparato a gestire lo stress. E la presa di coscienza, seguita da una consapevolizzazione, come sempre, è il primo passo verso la creazione di uno stato di pace interiore.
Se questi temi risuonano con la tua esperienza e desideri approfondire come il lavoro con il respiro possa supportare un percorso di trasformazione personale, sono disponibile per un confronto. Scrivimi o prenota la tua videochiamata.
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