Amore e Nascita: Le Prime Ore Che Formano il Tuo Cuore

amore e nascita articolo blog del 22 febbraio 2026 stefania feletti

Amore e Nascita: Come le prime ore di vita influenzano il modo di amare.


Tempo di lettura: 15 minuti


Se vi dico che l’amore potrebbe essere più semplice di quello che siete soliti vivere, raccontare e desiderare, mi credereste? Probabilmente no, e questo perché l’esperienza che avete avuto, che state avendo e che avrete, è condizionata. Si certo condizionata. Condizionata da una serie di fattori di cui non avete coscienza e, ancor più, conoscenza.

Ma proseguiamo per gradi. L’amore, si dice, dovrebbe essere semplice. Due persone che si incontrano, si riconoscono, si scelgono. Eppure, per la maggior parte di noi, l’amore è tutto tranne che semplice.

Molto spesso, la percezione che abbiamo dell’amore è di un campo minato di aspettative deluse, paure di abbandono, difficoltà di comunicazione, cicli di avvicinamento e allontanamento, di attrazione e repulsione, di calma e guerriglia. Insomma, l’amore è la risultanza dei nostri sali e scendi emotivi oltre che di tutto quello che crediamo di poter meritare o non meritare nella relazione con l’altro/gli altri.

Perché è così? Perché lo viviamo così? Perché facciamo di tutto per complicarlo?

Una risposta, che forse ti/vi sorprenderà, ci riporta indietro nel tempo. Ad un tempo che è precedente alle nostre prime relazioni romantiche, se non addirittura precedente all’infanzia consapevole. Un tempo, depositato nei fondali marini del nostro sistema nervoso (di cellula, morula, embrione, feto, bambino), che ci riporta al momento in cui abbiamo fatto esperienza, per la prima volta, di accoglienza nel mondo, dal mondo.

Il primo incontro

Immagina di essere appena giuntə nel mondo. Senza saperlo, hai appena attraversato l’esperienza più intensa della tua esistenza. La nascita. Sei natə. Sei esaustə, vulnerabile, completamente dipendente dalle cure di qualcun altro. Sei nella sopravvivenza. In quel momento, più che in qualsiasi altro, hai bisogno di essere tenutə, riscaldatə, rassicuratə, nutritə.

Ora immagina due scenari diversi fidandoti del fatto che questa è solo la minima proiezione di scenari possibili. Nel primo, nasci, vieni immediatamente posto sul petto della tua mamma. Senti il suo cuore battere, che per te rappresenta un suono familiare. Il suo calore ti avvolge. La sua voce, che già conosci, ti accoglie. Il suo sguardo e rivolto a te, ti incontra, ti vede, ti riconosce. In quel momento, impari: “Sono benvenuto. Sono al sicuro. Sono amato.”

Nel secondo scenario, nasci, vieni presə, pesatə, misuratə, lavatə, avvoltə in panni sterili e portatə in un’altra stanza. Sei solə, in un ambiente sconosciuto, circondatə da suoni e odori estranei. In quel momento, registri e, passivamente, apprendi: “Sono solə. Non c’è nessunə. Sono in pericolo di vita. L’amore non è garantito”.

Quale significato può assumere questo nella mia vita?

Potrebbe significare che se l’accoglienza è stata, per l’appunto, “accogliente” (e tutto il resto è filato liscio come l’olio) oggi la tua esistenza scorre su binari con una direzione precisa e chiara. Al contrario, se questa accoglienza è mancata forse hai vissuto, o stai ancora vivendo, una vita da fuggitivə.

Attenzione, so bene che il nostro sviluppo dipende anche da altri fattori, ma converrai che esiste la possibilità che, queste prime esperienze in qualche modo si registrino in noi in modo “non ordinario” determinando delle reazioni inconsce.

Nessuno di noi può raccontarle come potremmo raccontare un ricordo d’infanzia. Sono registrate nel sistema nervoso primordiale (e non solo) oltre che nel corpo e, a nostra insaputa, concorrono alla formazione di credenze, convinzioni, aspettative che, inconsapevolmente, portiamo in ogni relazione.

Chi ha vissuto un’accoglienza amorevole tende a portare nelle relazioni un senso di sicurezza di base che non può essere in alcun modo scalfito perché sa’, ad un livello profondo, che è possibile essere amato per ciò che si è. E di fatto questo è ciò che accade. Quando l’accoglienza è totale, non c’è nulla di cui mi debba preoccupare se non di mangiare quando ho fame, dormire quando ho sonno e vivere il mio essere bambinə nella serenità del mio percorso di crescita.

Chi, invece, ha vissuto separazione, freddezza, o assenza (e nell’evidenziare questo non intendo puntare il dito contro nessuno, ma semplicemente portare luce e attenzione su un aspetto sotteso che opera a nostro svantaggio) tende a portare nelle relazioni un’aspettativa implicita di mancata accoglienza, comportando la ricerca costante di conferme dell’essere amati per riempire un vuoto. Questo comporta il convivere con un senso di insicurezza costante che porta, nella maggior parte dei casi a evitare l’intimità per proteggersi dal rifiuto che “si crede” essere inevitabile.

I mille volti di una esperienza dimenticata

Il tipo di esperienza di nascita vissuta entra quindi, nostro malgrado, a far parte della nostra memoria corporea (subcosciente) e partecipa alla creazione di una serie di attitudini | abitudini | comportamenti | reazioni che, inconsciamente, si attivano quando iniziamo a muovere i primi passi entro lo spazio della relazione. Vediamone alcuni.

L’inseguimento dell’amore: Alcuni di noi passano da una relazione all’altra, cercando spasmodicamente la metà della mela, quella che crediamo essere il “giusto completamento” di una “mancanza” che riguarda il nostro senso di insoddisfazione. Questo tipo di movimento trova le sue radici nel senso di mancanza che vive dentro di noi. La ricerca spasmodica dell’altro serve a riempire un vuoto che noi “pensiamo” non essere in grado di colmare con la nostra sola presenza perché “riteniamo” di “non essere abbastanza”. Se non lo siamo stati per chi ci ha messo al mondo, come possiamo riuscire a credere di poter bastare a noi stessi. La verità è che nessuno, e nessuna relazione può colmare il vuoto che è alla fonte, e precede, tutte le relazioni (e questo vale per tutti, anche per la madre che è stata figlia, che a sua volta è stata generata da una madre che è stata figlia e così in un vortice infinito di movimenti interrotti che vedono coinvolti padre e madre allo stesso modo anche quando l’apparenza vuole che il nostro sguardo volga solo verso il sesso femminile).

La fuga dall’intimità: c’è quindi chi scappa e chi, invece, costruisce muri. Si avvicinano fino a un certo punto, poi sabotano, fuggono, si chiudono. L’intimità, inconsciamente, è associata al pericolo.

La gelosia e il controllo: Quando la paura dell’abbandono è intensa, può manifestarsi come necessità di controllare il partner, di avere costanti rassicurazioni, di prevenire qualsiasi possibilità di essere lasciati (pena la morte).

L’auto-sabotaggio: Alcuni distruggono inconsciamente relazioni buone perché non si sentono degni di essere amati. È come se, a un livello profondo, credessero di “meritare” la solitudine.

La fusione: Altri perdono sé stessi nelle relazioni, rinunciando ai propri bisogni, desideri, identità per compiacere il partner. La paura di essere abbandonati è così forte da far preferire la perdita di sé.

Superare un “imprinting” chiamato destino

La buona notizia è che questi schemi, per quanto radicati, possono essere riconosciuti, trasformati e accolti. E chi ci viene in aiuto in questo sono proprio il cervello, il sistema nervoso ed il corpo che mantengono una plasticità tale da permettere la trasformazione anche in età adulta.

Il primo passo da compiere è prendere coscienza della presenza di questi schemi attraverso una osservazione di come ci muoviamo nel quotidiano e di quali reazioni e tattiche mettiamo in atto per sopravvivere. Questo primo passo ci porta ad un secondo passaggio che è quello della “consapevolizzazione”: vale a dire una volta riconosciuti gli schemi sottostanti (e le reazioni che a tali schemi sottostanno) osservare come mi sento nelle situazioni reagite affinché diventi possibile sviscerarle e neutralizzarle ad un livello subconscio.

Il terzo passo è l’esperienza correttiva da compiere attraverso la più grande intelligenza a nostra disposizione: il corpo ed il suo ascolto attraverso il respiro.

Il respiro e l’amore

Il respiro circolare connesso offre una via per lavorare su questi temi. Durante la respirazione profonda, spesso emergono emozioni legate alle prime esperienze di vita. Il senso di solitudine, il bisogno di contatto, la paura dell’abbandono possono affiorare con intensità. Questi affioramenti ci consentono di osservare in maniera ravvicinata, ed avendo a disposizione nuovi strumenti di elaborazione dell’informazione, quello che ci è accaduto, ma con occhi, e strumenti, nuovi.

Gli occhi nuovi sono quelli di un adulto che, con ogni probabilità, porta in sé le memorie di un bambino ferito nell’amor proprio. Sono gli occhi di un adulto che ha a disposizione strumenti che gli consentono di comprendere che può scegliere di smettere di essere quel bambino ferito prendendosi per mano. Siamo adulti con risorse, consapevolezza, capacità di elaborazione. Possiamo permettere a queste emozioni di esprimersi pienamente e, nel farlo, completare qualcosa che è rimasto sospeso in noi e che, inevitabilmente coinvolge anche l’altro quando siamo in relazione (e per relazione intendo qualsiasi tipo di relazione, da quella intima a quella amicale, lavorativa etc).

Molte persone descrivono queste esperienze come un “tornare indietro per andare avanti“. È come se, onorando finalmente quel bambino interiore che non è stato pienamente accolto, diventi possibile una nuova apertura all’amore e al valore di sé. Aspetti che quando risolti cambiano in modo radicale la percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo intorno a noi.

Quando iniziamo a trasformare il significato attribuito al nostro vissuto ci doniamo la possibilità di riconoscere che forse “siamo tutti bambini feriti in un corpo di adulti” che corrono o si ritirano per uno stesso motivo: l’amore.

L’amore come pratica

Ma l’amore, così come l’arte di amare, non è qualcosa che si ha o non si ha. L’amore è vangare, dissodare, seminare, coltivare, portare attenzione, sviluppare. L’amore è un’arte che nasce e cresce con noi. È una qualità presente in noi che è necessario rianimare, ricordare.

Ogni volta che scegliamo la vulnerabilità invece della difesa, l’apertura invece della chiusura, la comunicazione invece del silenzio, l’azione invece della reazione, l’assertività invece dell’arroganza, stiamo praticando l’amore.

Ogni volta che ci riconosciamo e ci permettiamo di essere visti, anche nella nostra vulnerabilità, stiamo praticando l’amore.

Ogni volta che accogliamo l’altro nella sua totalità (spesso definita imperfezione), senza cercare di cambiarlo, stiamo praticando l’amore e lo stiamo praticando nella forma più elevata che la nostra natura ci ha donato. Ed è grazie a questo amore, e alla sua pratica quotidiana, che possiamo arrivare a trasformare anche gli schemi più antichi. Il respiro è questo. È amore in azione, l’azione più elevata che oggi chiamiamo vita!


L’amore che cerchi potrebbe essere più vicino di quanto pensi. A volte ciò che serve è il coraggio di guardare dentro, verso quelle parti di noi che hanno ancora bisogno di essere accolte. Se desideri esplorare come il lavoro con il respiro possa supportare questo viaggio, contattami.

Inoltre, ad Aprile è in partenza il primo modulo del Master di Formazione in Rebirthing Ed. 2026 organizzato dalla European Rebirthing School del Prof. Valmaggia – potrebbe essere una opportunità per iniziare a fare esperienza di nuovi strumenti integrabili nel tuo quotidiano come il respiro, permettendoti di creare le condizioni per un nuovo modo di stare al mondo.

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